
Le interviste della rubrica “A tu per tu con gli eroi di tutti i giorni” sono una tappa formativa del percorso di Giornalismo e Linguaggi Media, coordinato dalla docente Valentina Cinnirella nell'ambito del Biennio Tiresia. Un’esperienza concreta di ascolto e racconto del presente, nata per attraversare storie, visioni e umanità, andando oltre stereotipi e pregiudizi.
La prima pubblicazione di questa intervista è avvenuta su PeriPeri Catania, partner editoriale del progetto. Il magazine Tiresia la ripubblica qui come parte del proprio archivio giornalistico e formativo.
Intervistare un influencer è un’occasione di confronto con le regole non scritte della comunicazione contemporanea. I social network, spesso liquidati come territori dell’improvvisazione, richiedono in realtà una professionalità precisa, stratificata e sorprendentemente poco riconosciuta, fatta di intuizioni narrative, calcolo dell’attenzione e di un costante equilibrio tra visibilità e autenticità.
Per noi studenti del secondo anno della Scuola Tiresia Scrittura e Storytelling è stata un’esperienza interessante: superando comuni pregiudizi, che descrivono gli influencer come superficiali, poco professionali o mossi esclusivamente dal guadagno, abbiamo incontrato e ascoltato un giovane food influencer siciliano, Lorenzo Tripi.
Nato e cresciuto a Catania, Lorenzo ha saputo unire viaggi e cibo alla comunicazione digitale, costruendo un percorso che oggi lo colloca tra i profili più attivi e seguiti dell’isola. Ha contribuito alla crescita di account come @ifpsicilia, portandolo da zero a oltre 800 mila follower, prima di concentrarsi sul suo canale principale @lorenzotripii, consolidando un’esperienza concreta nel settore della comunicazione digitale e del social media management. Dietro questi risultati ci sono studio, strategia e anche un pizzico di fortuna.
Lorenzo partiamo dall’inizio della storia e del suo percorso. Quando ha capito che questa attività poteva trasformarsi in una professione?
«Ho iniziato non per lavoro, ma per passione. Da sempre mi piace raccontare ciò che mangio e condividere le sensazioni sui cibi provati. Dopo il Covid ho iniziato a pubblicare contenuti in modo spontaneo, riprendendo piatti ed esperienze nei ristoranti, sempre pagando come un normale cliente.

Fin da subito ho visto un riscontro reale: le persone andavano nei locali che consigliavo e gli stessi ristoratori iniziavano a contattarmi. Continuavo però a farlo per passione, investendo di tasca mia in attrezzatura e spostamenti. Quando l’attività è diventata più strutturata – con collaboratori, viaggi e produzione costante – ho capito che doveva diventare un lavoro vero, inizialmente con rimborsi spese e poi creando un margine sostenibile di guadagno.
Nel tempo ho visto risultati concreti anche per le aziende che sponsorizzavo, con grandi risultati in termini di fatturato. Ero molto soddisfatto: il mio lavoro funzionava, con contenuti che, a fronte di investimenti minimi, generavano ritorni economici importanti. Sentivo però che era arrivato il tempo di dare pieno valore al mio lavoro, soprattutto facendolo riconoscere economicamente dai miei clienti, visti gli importanti risultati che conseguivano. Dopo un’esperienza in Italy foodporn Sicilia, che mi ha aiutato molto a muovere i primi passi, ho scelto di costruire un percorso personale, per raccontare non solo il food, ma anche me stesso, la mia passione per i viaggi e la mia visione di una proposta culturale e gastronomica della Sicilia più fresca, contemporanea e adatta ai nostri tempi».
La Assoinfluencer dal 2022 è stata riconosciuta come associazione professionale di categoria dal ministero dello Sviluppo Economico e oggi ha un proprio codice Ateco. Nonostante il riconoscimento istituzionale della categoria, persiste diffidenza verso gli influencer.
«Come spesso accade, la novità non sempre viene accolta con entusiasmo. È successo in passato con la radio, la televisione e oggi accade con i social. Gli influencer fanno intrattenimento in una forma diversa e questo spaventa, soprattutto coloro che avevano prima il monopolio della comunicazione, come i media tradizionali».
Lorenzo, immaginiamo che lei si sia posto la domanda su e come si può costruire una maggiore credibilità.
«La credibilità, come per tutte le professioni, si costruisce avendo ben chiara la coerenza verso i valori che mi spingono a fare il mio lavoro al meglio, con passione, sapendo che è il mio volto quello che presenta un prodotto o un’azienda. Il problema nasce quando si sponsorizza qualsiasi cosa solo per guadagno. Io ho rifiutato collaborazioni molto remunerative perché non coerenti con ciò che rappresento. Se ti svendi oggi, perdi opportunità domani. Scegliere brand allineati ai propri valori è l’unico modo per costruire una fiducia reale».
A proposito di fiducia, ci siamo chiesti come ci si possa formare in una professione che richiede competenze trasversali. Certamente avrà notato che esiste una vasta offerta formativa, spesso comunicata nei social, che fa apparire le nuove professioni legate ai social come facili occasioni di impiego, molto ben retribuite. Ma come distinguere i percorsi formativi seri da quelli puramente commerciali?
«Oggi è sempre più difficile, perché i corsi sono tantissimi. Il criterio principale è verificare se chi insegna ha operato concretamente nel settore, con dati storici e non solo con una buona capacità didattica e comunicativa. Molti insegnano digital marketing senza averlo mai applicato davvero. Nel nostro settore non esistono metodologie standard o manuali definitivi: il mondo digitale cambia velocemente. Per questo il consiglio è affidarsi a professionisti che lavorano quotidianamente sul campo e collaborano con brand reali. Solo chi vive il mercato può trasmettere competenze utili».

Lorenzo, lei usa dei criteri per scegliere le aziende da sponsorizzare? In fondo, quando si promuove un marchio o una azienda, ci si espone in prima persona. Proprio per questo è importante valutare con grande attenzione ogni collaborazione, per non correre rischi etici e professionali.
«Una scelta sbagliata, effettivamente, può comportare dei rischi. Per questo è importante chiedersi se esistano dei criteri condivisi per selezionare le collaborazioni, individuare prodotti o settori da evitare e capire se i rapporti commerciali che ne derivano siano improntati a trasparenza e correttezza, oppure se ci siano ancora aspetti da migliorare. Dipende molto anche dal posizionamento, dagli argomenti che saranno utilizzati per generare i contenuti. Alcuni settori vanno trattati con grande attenzione, ma non esistono divieti assoluti: conta la coerenza con il proprio pubblico e i propri valori.
Per me il primo criterio è il rispetto. Se un brand chiede una collaborazione gratuita, è già un segnale negativo. Il mio lavoro ha un valore e deve essere riconosciuto. Il secondo è di tipo etico: promuovere realtà poco trasparenti o incoerenti danneggia la credibilità. Linee guida esistono, ma purtroppo in ogni settore c’è chi accetta tutto: non è un problema solo degli influencer».
Come rappresentante della sua categoria, avverte una responsabilità sociale verso la sua community, considerando l’influenza che esercita ogni giorno attraverso i social?
«È un tema molto ampio e vago, perché in realtà dipende sempre dalla persona e dal contesto. Bisogna considerare che oggi il pubblico ha una soglia di attenzione molto bassa. Di conseguenza, chi comunica ha una grande responsabilità: non solo nel dire le cose giuste, ma anche nel modo giusto. Mi è capitato più volte di comunicare qualcosa in maniera ironica e di rendermi conto, dopo, che il messaggio era stato frainteso. In quei casi, ho capito che, anche se l’intento era genuino per me, non lo era necessariamente per chi guardava. Da lì ho iniziato a prestare molta più attenzione a questo aspetto soprattutto perché ho un pubblico molto giovane e trasversale. Ogni contenuto va calibrato sul target che intercetta: ritmo, linguaggio e messaggio cambiano in base all’età e alla sensibilità del pubblico. Essere consapevoli di chi riceve il messaggio è parte fondamentale della responsabilità».
Parlando di cibo e ristorazione, un ambito in cui gusti e opinioni sono molto personali, immaginiamo che non tutti condividano ciò che comunica. Come gestisce le critiche e gli haters in modo professionale?

«Non sono solo i follower a scegliere l’influencer: è anche l’influencer che sceglie il proprio pubblico. Il confronto è sempre positivo, ma non si può piacere a tutti. Ogni contenuto genera reazioni: ogni giorno il mio account perde follower ma allo stesso tempo li conquista. È un ricambio naturale. Ciò che conta non è il numero, ma il coinvolgimento. Anche le critiche fanno parte del lavoro: se non susciti reazioni, non stai comunicando davvero. Nell’intrattenimento, l’indifferenza è il vero fallimento».
Lei pensa che ci saranno ancora mutamenti nelle forme di comunicazione? Come immagina l’evoluzione della sua professione nel prossimo futuro?
«L’evoluzione del contenuto digitale oggi sarà sempre un altro contenuto digitale, magari in un formato diverso. Potrebbe essere tridimensionale, potrebbe essere pensato direttamente per la TV. Nel futuro non ci sarà solo lo smartphone, ma il mondo digitale nel suo insieme. Tutte le generazioni sono già lì e lo saranno sempre di più. Non è una deriva negativa: altri media si stanno trasformando. La radio diventa podcast, la TV diventa streaming. I contenuti digitali e il ruolo degli influencer continueranno a evolversi all’interno di questo mondo, raccontando storie sempre nello stesso ambito ma in modi diversi, più accattivanti, capaci di intrattenere nuove generazioni e, allo stesso tempo, di parlare in maniera trasversale a pubblici diversi.
Sembrerà un paradosso, ma sono convinto che crescerà anche il bisogno di incontri reali: più il digitale aumenta, più sentiamo la necessità di equilibrio e di relazioni autentiche. Stanno nascendo sempre più eventi in cui si sceglie di stare insieme, avendo cura del confronto fisico con l’altro e della qualità del tempo condiviso, per il piacere di staccarci dal cellulare e andare oltre le giornate vissute online».
Se non fosse diventato influencer, cosa avrebbe voluto fare il piccolo Lorenzo, quali sogni aveva?
«Ho sempre voluto un lavoro che mi permettesse di conoscere il mondo. Mia madre mi ha fatto viaggiare fin da piccolo e quel desiderio è rimasto. In parte ci sono riuscito: oggi racconto ciò che vivo, i luoghi e le persone che incontro. Qualunque forma prenda il mio lavoro, raccontare esperienze e territori resterà sempre al centro».

Terminata l’intervista, ci chiediamo se la domanda iniziale l’influencer è un lavoro vero? abbia trovato una risposta definitiva oppure se ne abbia generata un’altra, ancora più complessa. Perché sì, Lorenzo Tripi ha dimostrato che il suo è un lavoro serio, che richiede preparazione, strategia ed è anche redditizio. Rientra a pieno titolo nelle nuove forme di comunicazione aziendale, con regole proprie e dinamiche di marketing ben definite. La questione, però, si sposta verso altri ambiti: chi determina oggi le regole di questa comunicazione? Chi le modifica? E come ci si organizza per restare al passo? Se un tempo le regole del mercato erano stabilite prevalentemente dagli Stati, oggi nel mondo digitale interviene anche l’algoritmo, che condiziona visibilità, processi e risultati.
In questo senso, il successo o il fallimento di chi appartiene alla categoria degli influencer può assumere una dimensione simile a quella di un lavoratore stagionale. Come un agricoltore che subisce un ciclone e perde il raccolto di un anno, così un influencer può vedere compromessi mesi di impegno a causa di un cambiamento nei parametri e calcoli digitali per il cambio di regole definiti da soggetti invisibili ma potentissimi.
Con una differenza sostanziale: l’agricoltore sa che l’anno successivo arriverà una nuova stagione di raccolto, ma per l’influencer quale certezza esiste?