Viaggio nel Buddhismo: dialogo con i praticanti di Catania della Soka Gakkai

Spiritualità, responsabilità e desiderio nella pratica contemporanea: Sara A. e Salvatore S. raccontano la loro esperienza spirituale e religiosa all’interno della comunità buddhista etnea
di Silvia Catassi, Giada Fabiano e Rosario Gullotto
intervista soka gakkai catania
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Le interviste della rubrica “A tu per tu con gli eroi di tutti i giorni” sono una tappa formativa del percorso di Giornalismo e Linguaggi Media, coordinato dalla docente Valentina Cinnirella nell'ambito del Biennio Tiresia. Un’esperienza concreta di ascolto e racconto del presente, nata per attraversare storie, visioni e umanità, andando oltre stereotipi e pregiudizi.


In Italia sono oltre 340mila, di cui il 58% è di sesso femminile e il 26% è under 35 (CESNUR 2022). Sono i praticanti buddhisti presenti nel nostro Paese, la cui provenienza religiosa è in larga parte cattolica. A questi si aggiungono le comunità buddhiste di origine asiatica, legate soprattutto ai flussi migratori degli ultimi decenni.

Nato in India intorno al V secolo dagli insegnamenti di Siddhartha Gautama, oggi il buddhismo (principalmente presente in Asia) si è diffuso a partire dal XIX secolo anche in Occidente, dove l'organizzazione Soka Gakkai rappresenta una delle realtà più variegate e capillarmente estese (oltre 12milioni nel mondo, di cui circa 100mila in Italia e 3800 in Sicilia). 

Anche nella città di Catania è presente una delle tante sedi nazionali dell’Istituto Buddista Italiano Soka Gakkai, in cui Sara A. e Salvatore S., rispettivamente responsabile giovani e responsabile uomini per la Sicilia, operano attivamente al fine di promuovere non solo la spiritualità orientale, ma anche il dialogo interreligioso, fonte inesauribile di confronto.

Per questo, noi studenti e studentesse del secondo anno della Scuola Tiresia | Scrittura e Storytelling, abbiamo deciso di chiedere ai due esperti in cosa consiste davvero la religione buddista, cercando di superare le inevitabili lacune culturali che spesso gli occidentali hanno sul tema.

La delegazione della Soka Gakkai Internazionale in visita a Catania il 1° maggio 2026 - Foto Gianni Muratore

Iniziamo da una domanda semplice ma fondamentale: cosa si intende esattamente per buddismo?

A rispondere è Salvatore S.: «Il buddhismo è una religione — non una filosofia — perché ha un oggetto di culto, ma quell'oggetto di culto non è una divinità: nel buddhismo infatti non esiste un dio creatore. Il principio di tutti i fenomeni è la legge mistica di causa ed effetto, perfettamente espressa nel Sutra del Loto, il nostro testo di riferimento. Buddha (participio passato del verbo risvegliarsi) indica proprio la capacità di prendere coscienza di tale legge.

È un concetto profondo, poiché secondo il buddismo passato, presente e futuro si fondono insieme, per cui assume un ruolo particolarmente importante la nostra predisposizione nell’istante presente. Lì sta la chiave, la causa cioè, non solo degli effetti futuri ma anche di quelli passati. In questo senso, in un istante possiamo modificare non solo il significato che diamo al passato, ma addirittura il passato stesso.

Per la Soka Gakkai, il Buddha dell’epoca attuale è Nichiren Daishonin, un monaco buddista giapponese nato intorno al 1200, cioè circa 800 anni fa, a differenza di Shakyamuni nato ben 2.700 anni fa. È lui che ha proclamato Namu myōhō renge kyō».

Cosa significa questa frase? C’è una traduzione?

«È una formula composta da 7 caratteri: Nam è la contrazione di namu che vuol dire dedicarsi a…; Myoho-renge è cinese classico, significa meravigliosa legge espressa nel sutra; in particolare Myoho indica la causa ed effetto, mentre kyo indica il movimento, l’azione. Hanno tantissimi significati, però nel complesso indica la legge mistica di causa ed effetto espressa attraverso il suono».

Essendo dunque che per il buddismo ognuno è fautore del proprio destino, che ruolo ha a questo punto il karma?

Questa volta a rispondere è Sara A.: «Il karma, nella visione del buddista della Soka Gakkai, non ha un'accezione negativa, perché significa letteralmente azione. Quindi è un bagaglio che contiene tutte le azioni positive e negative che noi abbiamo messo nelle vite passate, nel presente e poi si metteranno anche nel futuro.

Sono tutte delle azioni che si formano con parole e azioni, non solo con il pensiero. Ovviamente c’è un legame di causa ed effetto, perché qualsiasi azione tu compia ci sarà un effetto. Se compi delle azioni o fai dei pensieri diciamo “positivi”, ti ritornano degli effetti positivi.

Inoltre, è possibile trasformare il karma negativo. Cioè, se in passato sono state compiute delle azioni negative, anche nelle altre vite, non ne sei succube, ma puoi trasformarlo proprio tramite la pratica buddista. Ciò avviene con il Daimoku, che è l'insieme di Namu myōhō renge kyō. Noi diciamo "faccio daimoku", ossia “faccio la recitazione del mantra”».

«La fonte delle gioie nel buddismo è la capacità di vedere il funzionamento della vita - aggiunge Salvatore. L'uomo quindi soffre perché ignorante. Tolto il velo dell'illusione, l'uomo gode della vita e percepisce che è meravigliosa per quella che è. Cos'è che ci impedisce di percepire questa meraviglia? Il karma, o diciamo meglio il bagaglio karmico».

Sappiamo che esistono una religione buddista e una filosofia buddista. Potete spiegarci le differenze principali tra queste due “correnti”?

«Il buddismo ha sicuramente un corpus filosofico enorme – precisano i due intervistati – Nichiren Daishonin, monaco buddista del 1200, ha passato la sua esistenza a dimostrare la superiorità del Sutra del Loto rispetto agli altri sutra. I sutra erano in origine un'ottantina. Sono tanti quanto furono i sermoni di Shakyamuni, che illuminandosi, ha avuto l'impulso di trasmettere la sua illuminazione elaborando una serie di espedienti e di stratagemmi per farsi comprendere dalle persone che aveva di fronte, inizia così il Sutra del Loto.

Nel corso dei secoli - all’incirca 4-5 secoli dopo la morte di Shakyamuni - i monaci si riunirono e decisero di mettere per iscritto gli insegnamenti. E da quel momento sono nati i vari sutra, che quindi sono dei sermoni scritti. Ognuno di questi, secondo Nichiren Daishonin, rivela un aspetto parziale dell'illuminazione e ha dato vita a una scuola di pensiero. Esistono quelle nate dal pensiero di Nichiren, e tra queste spicca la Soka Gakkai».

soka gakkai catania
Sara e Salvatore

Nel buddismo esiste l’idea di peccato?

«Nel buddismo non esiste il peccato, esiste la responsabilità. È un concetto che non fa leva sul senso di colpa, ma sul fatto che questa legge di causa ed effetto già di per sé determina la retribuzione positiva o negativa. Quindi è questione di tempo. Nel buddismo si parla di causalità simultanea, cioè nel momento in cui io faccio un'azione, immediatamente ho l'effetto, anche se questo si manifesta solo quando le condizioni lo permettono.

Ad esempio, se mi iscrivo all'università e ho la volontà di laurearmi, immediatamente io ho finito quel percorso di studi. Anche se ciò si manifesta solo quando le condizioni lo permettono: materie, studio, anni, tesi, ecc. Quindi nell'istante presente determiniamo il futuro. Il presente è determinato dalle cause del passato».

Nel buddhismo sono presenti i concetti di buddità e quello di inferno come antipodi di dieci mondi: in cosa consistono esattamente?

«Esistono dieci mondi – spiegano Salvatore e Sara – Nell'ordine, dal più basso al più alto: inferno, avidità, animalità, collera, umanità, estasi, studio, illuminazione parziale, bodhisattva, Buddha. Ognuno di questi mondi contiene gli altri dieci. Quindi, se tu sei nel mondo inferno, che è l'arroganza, la rabbia, l'aggressività, perché sei in un momento particolare della tua vita, ti devi fermare un attimo e dire: “Ho anche la Buddhità dentro di me in questo momento, come la trovo?” Ecco perché si parla di mutuo possesso dei dieci mondi.

I monaci buddisti, filosofi, concentrandosi sul vero, osservando bene i fenomeni grazie alla meditazione, sono riusciti a catalogare il funzionamento del mondo, riflettendo soprattutto sul Sutra del Loto. Nichiren Daishonin adotta questa visione del buddismo: Nam myōhō renge kyō è proprio il nome che sintetizza tutti questi principi».

Parlando della Legge di causa-effetto e del ruolo del Nam myōhō renge kyō nella vita quotidiana, una studentessa tra noi afferma di aver avuto modo di assistere personalmente alla recitazione e pone la seguente domanda:

Quello che mi ha colpito di più non è stata la formula in sé, ma la sensazione fisica: quasi una vibrazione nel corpo. Partendo da questa esperienza, chiedo: che ruolo ha il corpo nella pratica della Legge Mistica?

Ci risponde Sara: «La recitazione non è una pratica meditativa nel senso classico del termine. Non si tratta di chiudere gli occhi e isolarsi dal mondo, ma di una pratica attiva. Si recita con gli occhi aperti, pienamente presenti nel qui e ora, perché l’obiettivo è trasformare questo momento della propria vita.

Il suono ha un ruolo fondamentale: attraverso il suono ci colleghiamo alla Legge dell’universo. Non è una chiusura, ma un’apertura. Si sente quasi fisicamente che qualcosa dentro di noi si sta aprendo e cambiando. È un po’ come quando ci si sfoga con qualcuno e si prova un senso di liberazione. Ricordo che quando ho iniziato a praticare stavo molto male: mi ero alzata dal letto con fatica, sono andata alla recitazione e ne sono uscita completamente diversa.

Ed è proprio attraverso il suono che la mente riesce a trasformarsi e a far emergere la “Buddhità”, anche quando si sta soffrendo, anche quando si prova un dolore reale, fisico. La vibrazione diventa così un segno di apertura e di condivisione. Attraverso la pratica si impara a dare valore anche alla propria sofferenza, ma soprattutto a sviluppare compassione per gli altri, desiderando trasformare la loro vita e la loro felicità. In altre parole, aiutare anche loro a far emergere la propria Buddhità».

In alcune tradizioni religiose il corpo e i suoi desideri sono visti con sospetto. Se dicessimo ai nostri nonni di pregare per un cuore spezzato, probabilmente lo considererebbero un desiderio superficiale. Nel buddhismo che posto hanno il corpo e i desideri che nascono dalla nostra vita quotidiana?

«Nella nostra visione la pratica non è separata dalla vita quotidiana: pratica e vita sono la stessa cosa – concludono i due intervistati – Si pratica con il corpo, con la voce, con il suono. La nostra è un’organizzazione laica e non c’è un distacco dai desideri terreni. Al contrario, i desideri diventano uno strumento per trasformare il proprio karma e, allo stesso tempo, aiutare anche gli altri a trasformare il loro.

Per questo non esistono desideri “sbagliati”. Se qualcuno desidera, per esempio, diventare milionario, può mettere anche questo come obiettivo nella propria preghiera. I desideri diventano un punto di partenza, qualcosa che ti spinge ad agire e a trasformare la tua vita. In realtà, ciò che conta non è tanto l’obiettivo finale che raggiungi, ma il percorso che fai per arrivarci. Durante quel processo cambi, cresci e trasformi la tua vita. Spesso scopri che l’obiettivo iniziale era solo un punto di partenza».

Intervista Catania Soka Gakkai

Con questa intervista abbiamo colto che la trasformazione è la parola chiave della pratica buddhista e, a dispetto della diffidenza occidentale, forse è la religione che meglio accoglie l’irrequietezza della nostra epoca, della nostra generazione, della nostra società.

Non rifiuta, non cataloga e, soprattutto, non giudica. Nella visione buddhista non esiste il peccatore: esiste l’essere umano che ha il potere di cambiare le cose, senza bisogno di affidarsi a qualcosa di esterno a sé. La responsabilità ci ricorda che siamo padroni delle nostre azioni, e la scelta ci conferisce il potere di decidere come affrontare la vita, liberi e consapevoli.

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