
Un corpo grasso, anziano. Mani che ti toccano ovunque. Un bambino. E adesso sei madre. Ti siedi davanti a tuo padre, gambe aperte, ma lui non ti guarda.
Alcuni potrebbero definirla una scena disturbante e di cattivo gusto, ma quanta verità c’è in tutto ciò? Quante volte ci siamo sentiti nudi, esposti a un pubblico che pretende qualcosa da noi? Quante volte abbiamo desiderato compiacere qualcuno? Quante volte abbiamo avuto paura di fronte alla genitorialità, subita, soppressa, invidiata?
La persona peggiore del mondo – film diretto dal regista norvegese Joachim Trier – non affronta solo la complessità dei rapporti umani: la espone. Nessun compiacimento, nessuna gratificazione finale. Lo spettatore vede il riflesso di sé stesso agire, parlare, esistere.
Non c’è giudizio, non c’è filosofia. Davanti alla telecamera si mette a fuoco la volontà di incarnare la profondità umana così com’è, attraverso un filtro spaventosamente lucido.

Nei dialoghi non c’è salvezza. I personaggi comunicano in modo chiaro, tentano disperatamente di soddisfare le nostre aspettative, di dimostrarci che si può e si deve essere migliori, ma non ci riescono. In questo, potremmo dire che fanno del loro peggio.
Dodici capitoli. Un prologo e un epilogo.
La protagonista di La persona peggiore del mondo è Julie, una donna che alla soglia dei trent’anni non ha tagliato ancora nessun traguardo. Studi mai completati, prima medicina, poi psicologia, poi la folgorazione per la fotografia. Incontra Aksel, un fumettista più grande di lei di quindici anni con il quale intraprende una relazione. Mentre torna a casa da un evento editoriale per Aksel, Julie si intrufola in un ricevimento di un matrimonio e incontra Eivind, un barista. Sebbene entrambi abbiano una relazione, trascorrono l'intera notte insieme, condividendo intimità ma non tradendo mai i loro partner. I due si ritroveranno solo dopo, nella libreria in cui lavora part-time Julie.
Sotto i riflettori: il dubbio. La vita di Julie – per la cui interpretazione di Renate Reinsve è stata premiata come miglior attrice al Festival di Cannes 2021 – è tutto fuorché lineare, e di certo non mancano drammi, incomprensioni, relazioni interrotte e una costante ricerca di significato. Ma in tutto questo la protagonista resta lucida, presente.
Alla domanda “Quali obiettivi vorresti raggiungere?” resta in silenzio, consapevole che di risposte non ne ha ancora trovate. Si sente in attesa, il personaggio B di un fumetto che non ha ancor trovato un senso, ma che non ci riesce, o forse, neanche ci prova. E in questo non c’è superficialità, è solo caos.

Vergogna, ansia, paura, sono presenti, vividi. La protagonista non le nasconde, non le contrasta e soprattutto non le innalza. Le lascia lì, nessuna collocazione forzata, nessuna etichetta.
C’è una parte che tenta di razionalizzare. Che spiega, che argomenta, che dice “È una crisi passeggera, non serve distruggere tutto”. E poi c’è Julie, che resta lì e chiede solo di poter provare ciò che prova. Senza spiegazioni.
Non perché spiegarsi sia sbagliato o il confronto non sia necessario. Ma perché l’intensità emotiva raramente trova parole adeguate. Quando proviamo qualcosa di travolgente, usiamo metafore. Portiamo esempi. Costruiamo ponti tra il tangibile e l’intangibile.

Ed è proprio questo il centro del film: l’imprecisione dell’essere umano. L’impossibilità di affibbiare a ogni gesto un’esatta collocazione emotiva e razionale. Ci preoccupiamo tanto di come appariamo, di chi dovremmo essere, di chi dovremmo diventare, di quanti figli dovremmo avere, del partner ideale. Organizziamo la nostra vita come un’indagine impeccabile: selezioniamo, ritagliamo, archiviamo. E tutto ciò che non rientra nelle categorie lo scartiamo.
Ma nel processo perdiamo pezzi. Mettiamo troppa colla, o troppo poca. È giusto? È sbagliato?
Il film decide di non rispondere.
Julie non è un’eroina, ma non è nemmeno il cattivo della storia. Potremmo definirla un’antieroina, fragile e incoerente. In La persona peggiore del mondo, Trier sembra dirci che l’imprecisione dell’essere umano non è un difetto da correggere, ma una condizione da accettare. Nessuna redenzione. Nessuna epifania. Solo l’umano, così com’è.