Crescere nel cyberspazio: gli adulti stanno demandando al digitale?

Generazione Alpha, scuola e nuove tecnologie nell’educazione dei più piccoli. Tra social, iperconnessione e solitudine educativa, famiglie e istituzioni faticano ancora a costruire modelli consapevoli
di Maria Cristina Gagliano
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Educare rima con demandare. Educare rima anche con amare e stare, verbi però sempre più prigionieri di emoji, vocali e rassicuranti posizioni condivise dai genitori della generazione Alpha.

La cronaca racconta ogni giorno episodi preoccupanti che coinvolgono i figli di un mondo senza filtri, bulimico di connessioni apparenti.

Se si guardano le ultime vicende che coinvolgono ragazzi sempre più giovani, il quadro che ne emerge è caotico, contraddittorio e spaventoso, tanto da dover restare al centro dell’interesse collettivo.

Genitori soli nell’era digitale

La genitorialità è un fatto politico da quando gli uomini hanno deciso di vivere fuori dalle grotte. Mettere al mondo un essere umano è insufficiente a preservare la sopravvivenza della specie. I cuccioli vanno nutriti, protetti, educati. E se sul nutrimento e la protezione ci si è sempre fatti carico, anche all’interno del dibattito collettivo l’educazione è via via diventata appannaggio delle scelte intime di ogni famiglia.

I genitori oggi sono sempre più soli, oberati e privi di una rete in carne e ossa di supporto. La tecnologia aiuta madri e padri a monitorare e gestire i figli quando sono a lavoro, sia esso a distanza oppure nella stessa abitazione.

Eppure le misure a sostegno della genitorialità dalla costituzione della Repubblica fino ai nuovi governi, dalla family act fino ai fondi PNNR, ci raccontano che tirar su pargoli è un fatto di interesse pubblico.

Dall’avvento di internet e dei social, le case sono diventate stanze senza pareti. Le criticità nell'essere genitori consapevoli di vivere immersi nel reale e nel digitale sono visibili, ma non completamente gestite nella nostra società, nel nostro Paese.

La scuola come primo spazio digitale

Il PNSD - Piano Nazionale Scolastico Digitale - è il documento strategico del ministero dell'Istruzione (introdotto dalla Legge 107/2015 "La Buona Scuola") che guida l'innovazione digitale nelle scuole italiane. Ad oggi si tratta dell’unico documento bussola in grado di regolamentare il rapporto tra scuola e digitale. Un rapporto che è rivisto spesso da circolari e note, oltre a provvedimenti quotidiani e autonomi all’interno delle istituzioni scolastiche.

Ma la direzione data all’educazione, a scuola e fuori, è chiara: l’aula come microcosmo nel quale il digitale ha fatto irruzione superando le prime resistenze fino a divenire l’ancora di salvezza durante la pandemia.

La scuola fornisce ormai a genitori e studenti un’identità digitale che rende il mondo online parte integrante dell’istruzione e dell’educazione. L’istruzione è il primo aspetto nella vita dei cittadini a suggerire l’urgenza di esistere anche nel World Wide Web.

Tuttavia lo Stato e il Ministero non hanno curato gli effetti collaterali della digitalizzazione dell’istruzione. Le aule sono il primo luogo istituzionale in cui adulti, giovani e bambini assistono alla legittimazione del digitale senza regole complete per due categorie specifiche: genitori e insegnanti.

Si prova a proteggere la privacy dei minori, ma il messaggio che spesso passa ai ragazzi è un altro: l’urgenza di esistere anche attraverso il digitale. Dal registro elettronico, alle comunicazioni veloci sui social, fino alle piattaforme online protette attraverso cui condividere materiali.

Tra regole e cattivi esempi

Da una parte ci sono delle regole e una struttura salda all’interno del piano per la scuola digitale, connettività, ambienti e strumenti, competenze e contenuti, formazione e accompagnamento; dall’altra non si tiene conto dell’esempio che tutto ciò ha significato nell’ultimo decennio.

Che la strada sia lunga attraverso i precetti, breve ed efficace attraverso gli esempi, lo si sa da tempo immemore, Seneca insegna.

Quale esempio eticamente corretto fornisce lo Stato, la scuola e il mondo adulto dunque al primo banco di prova di come ci si rapporta al digitale, su questo dobbiamo interrogarci. Perché il modo in cui i giovani ci percepiscono si riflette anche nei disagi che vivono. Disagi legati all’iperconnessione senza relazione reale.

A mancare, all’interno del microcosmo scolastico in cui sta crescendo il nostro futuro, è una quinta voce per il PNSD, ovvero una guida alle giuste pratiche d’uso per gli adulti di riferimento, veri mentori per i bambini, allargando la platea all’altra grande componente scolastica: i genitori.

Chi educa gli adulti?

La Società Italiana Pediatria lo ha ribadito fino a pochi mesi fa: l’esposizione al digitale in età evolutiva è dannosa. Tra le voci a impensierire gli esperti sulla salute dei più giovani non solo cyberbullismo e dipendenza, due realtà su cui la scuola tenta già di sensibilizzare da anni, ma molto altro.

Salute fisica, obesità, vista e sanità oculare, salute mentale, sonno, sessualità online, e per ultima, centrale negli ambienti dediti all’educazione, le difficoltà cognitive.

La realtà, gli studi, la cronaca vanno nella direzione comune di una preoccupante deriva. I genitori non sono gli unici attori nell’educazione dei bambini e anche loro vanno accompagnati e guidati attraverso istituzioni con le quali si trovano a dialogare durante la crescita dei propri figli, dei figli del futuro di noi tutti.

L’Italia potrebbe migliorare il proprio piano digitale nelle scuole per dare un primo segnale e rendere le aule un assaggio di vita civile, in cui i bambini siano tutelati dalla marea del progresso senza rischiare di annegare nel digitale, ma imparando a incontrarlo nei tempi e nei modi corretti.

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