
La scena è ormai quasi familiare: siamo a cena con il nostro partner o con un amico che non vediamo da tempo. Stiamo raccontando di un episodio della vostra vita quando improvvisamente l’altra persona annuisce distrattamente mentre scrolla lo schermo del cellulare.
Quante volte ci è capitato? Sembra un peccato veniale, una distrazione da nulla, quasi un riflesso. Eppure è un gesto silenzioso che sta erodendo la nostra connessione emotiva e relazionale.
Stiamo parlando del phubbing. Il termine, coniato nel 2012, nasce dalla fusione di due parole inglesi phone (telefono) e snubbing (snobbare) e sta a indicare l’atto di ignorare una persona fisicamente presente per prestare attenzione allo smartphone.

Ma ciò che a molti sembra solo un fastidioso malcostume dei nostri tempi è oggi oggetto di studi clinici e sociologici rivelando ferite profonde nel tessuto delle nostre relazioni.
Cosa scatena essere phubbati? Secondo una ricerca pubblicata sulla rivista Computers in Human Behavior il phubbing attiva dinamiche psicologiche che influisce su alcuni bisogni fondamentali dell’essere umano:
Quando qualcuno ci ignora per guardare lo smartphone, spiegano gli esperti, il gesto viene elaborato come un rifiuto sociale innescando risposte di stress e ansia.
Se è vero che lo smartphone ci permette di connetterci con il mondo è altrettanto vero che ci disconnette dunque dalle persone fisicamente più vicine a noi.
Un dato allarmante riguarda le relazioni di coppia per le quali si parla specificatamente di partner phubbing.
Uno studio della Baylor University rileva che circa il 46,3% dichiara di essere stato vittima di questo comportamento da parte del partner.

Lo studio mette in evidenza le frequenti discussioni sull’uso del cellulare e la diminuzione della qualità del legame come direttamente correlata a livelli più alti di depressione e ansia nel partner “vittima’’. E non è difficile capire il perché: la comunicazione si interrompe, l’ascolto si frammenta, l’intimità si riduce.
Per non parlare poi di quello che accade quando il phubbing ricade sui figli con conseguenze molto più profonde poiché possono incidere sullo sviluppo emotivo e comportamentale del bambino.
Ricerche pubblicate su Pediatric Research indicano che i figli di genitori “phubber’’ tendono a mostrare maggiori livelli di iperattività, aggressività o eccessiva timidezza e un abbassamento dell’autostima nel bambino portato a pensare di avere minore priorità rispetto al mezzo digitale. Senza considerare inoltre che i figli tenderanno a imitare il comportamento dei genitori sviluppando precocemente dipendenze digitali e scarse competenze empatiche proprio perché emotivamente distratti innescando una reazione a catena in cui chi ignora verrà ignorato a sua volta.
Ma perché non riusciamo a smettere? Spesso dietro al phubbing le cause possono essere diverse:

Ma cosa è stato fatto per comprendere meglio questo fenomeno? Da un punto di vista scientifico il phubbing è un fenomeno relativamente giovane ancora in evoluzione e il campo di ricerca presenta ancora molte lacune: mancano strumenti di misurazione standardizzati e i risultati possono variare in base al contesto e alla fascia generazionale. Quindi siamo ancora solo all’inizio della sua comprensione.
In conclusione, potremmo dire che il phubbing non è semplicemente una cattiva abitudine, ma è un fenomeno sociale complesso che riguarda la trasformazione delle relazioni nell’era digitale e che modifica la struttura stessa dell’interazione sociale. Le conversazioni diventano più frammentate, meno profonde. L’attenzione, elemento fondamentale di ogni scambio umano, si disperde. È un sintomo. E, come tutti i sintomi, racconta qualcosa di più grande: una trasformazione del modo in cui viviamo la presenza, l’attenzione e le relazioni. E forse il vero problema non è che guardiamo troppo il cellulare.
È che, sempre più spesso, smettiamo di guardare chi abbiamo davanti.