Il peso invisibile dell’eccellenza: perché i giovani non si sentono mai abbastanza

Perfezionismo, aspettative sociali e confronto continuo stanno cambiando il rapporto delle nuove generazioni con il successo. Dalla cultura del “non abbastanza” ai dati OCSE, Millennials e Generazione Z sono le più istruite della storia ma anche le più esposte a stress, pressione sociale e paura di fallire
di Giada Fabiano
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Charlie Chaplin arrivò a girare 342 volte una scena di City Lights prima di ritenerla accettabile.

Stanley Kubrick fece ripetere una singola scena di Shining oltre cento volte, fino all'esaurimento fisico e psicologico degli attori coinvolti.

Claude Monet, alla vigilia di una mostra, distrusse con un coltello alcune delle sue tele già completate perché non le considerava all'altezza delle proprie aspettative.

Victoria Pendleton, sei volte campionessa del mondo e medaglia d'oro olimpica, dichiarò dopo i suoi maggiori successi: «Voglio dimostrare di essere davvero brava in qualcosa. E non ci sono ancora riuscita».

Se queste storie riguardassero persone comuni, probabilmente le considereremmo segnali di un rapporto problematico con sé stessi. Eppure, quando i protagonisti diventano campioni, artisti o geni celebrati, tendiamo a interpretarle come esempi di determinazione e successo.

È proprio questa ambiguità a rendere il perfezionismo così difficile da riconoscere. Perché spesso si presenta travestito da eccellenza.

ragazzo che studia

Negli ultimi anni psicologi e ricercatori hanno iniziato a parlare di una vera e propria "epidemia nascosta". Secondo Thomas Curran, uno dei principali studiosi del fenomeno, il perfezionismo non consiste semplicemente nell'avere standard elevati. È la convinzione che il proprio valore dipenda dal raggiungimento di standard impossibili e dall'approvazione degli altri. In altre parole, non basta fare bene: bisogna essere impeccabili.

Una società che non accetta l'ordinario

Una delle conclusioni più interessanti delle ricerche di Curran è che il perfezionismo non nasce principalmente dalla personalità individuale, ma dal contesto.

Uno studio condotto su oltre 41mila studenti universitari di Stati Uniti, Canada e Regno Unito ha mostrato che tutte le principali forme di perfezionismo sono aumentate costantemente dal 1989 al 2016.

L'aumento più significativo riguarda il cosiddetto perfezionismo socialmente prescritto, cioè la convinzione che gli altri si aspettino da noi livelli sempre più elevati di successo.

Le nuove generazioni percepiscono che gli altri sono più esigenti nei loro confronti, sono più esigenti verso gli altri e sono più esigenti verso sé stesse. Il cambiamento più importante, dunque, non riguarda l'ambizione personale. Riguarda la crescente sensazione che il mondo circostante richieda standard sempre più elevati. La scuola valuta. I social confrontano. Il mercato del lavoro seleziona. Gli algoritmi classificano. Ogni aspetto della vita sembra essere diventato misurabile: voti, curriculum, follower. L'individuo rischia di trasformarsi in un punteggio.

Il paradosso della generazione più istruita

Spesso si descrivono Millennials e Generazione Z come generazioni fragili o incapaci di tollerare la frustrazione. I dati raccontano una storia diversa.

Le generazioni più giovani sono anche le più istruite della storia. Mai prima d'ora così tante persone hanno frequentato l'università, accumulato titoli di studio e investito anni nella propria formazione.

Negli Stati Uniti, nel 1976 circa il 50% degli studenti delle scuole superiori si aspettava di conseguire una laurea. Nel 2008 la percentuale aveva superato l'80%. Le aspettative educative sono cresciute enormemente. Le opportunità, però, non hanno seguito lo stesso ritmo.

Negli ultimi decenni il vantaggio economico garantito dalla laurea non è aumentato proporzionalmente: la sottoccupazione è diventata sempre più diffusa; mentre il costo dell'abitazione è cresciuto, i salari sono rimasti relativamente stagnanti e la precarietà lavorativa è aumentata. Ne emerge una contraddizione profonda. Ai giovani viene chiesto di investire sempre di più su sé stessi per ottenere opportunità che non crescono nella stessa misura. Il perfezionismo diventa allora una risposta psicologica a questa incertezza.

Curran riassume questo meccanismo con una frase particolarmente efficace: «Il perfezionismo è il tentativo di andare avanti in una cultura che ci dice continuamente che ciò che siamo non basta».

Il rapporto OCSE mostra le differenze nell'ansia da test e da lavoro scolastico tra studenti avvantaggiati e svantaggiati (colonna centrale sinistra) e ragazze e ragazzi (colonna centrale destra). Per ogni Paese il numero indica di quanto il livello di ansia delle ragazze supera quello dei ragazzi:
Emilia-Romagna 8,4
Torino 8,2
Spagna 6,4
Helsinki 6,2
Ottawa 6,0

Quando l'ansia diventa ereditaria

La pressione alla performance non riguarda soltanto i giovani, ma coinvolge sempre più spesso anche le famiglie. Gli psicologi parlano di child-invested contingent self-esteem, una forma di autostima nella quale il valore personale dei genitori dipende, almeno in parte, dai risultati ottenuti dai figli.

In questo contesto il successo del figlio viene vissuto come una conferma del proprio valore. Il fallimento, invece, come una sconfitta personale. L'ansia attraversa così le generazioni. I genitori investono più tempo, più risorse e più energie nell'istruzione dei figli.

Gli economisti definiscono questo fenomeno rug rat race: una competizione sempre più intensa tra famiglie per garantire ai propri figli un vantaggio sugli altri. Il risultato è un sistema nel quale la pressione al successo viene trasmessa ben prima del primo esame.

Il peso invisibile dell'eccellenza

Fin qui potrebbe sembrare che l'ambizione sia il problema, ma i dati OCSE raccontano qualcosa di più complesso. Le ricerche mostrano che il successo scolastico non dipende soltanto dalle capacità cognitive.

Curiosità, perseveranza, autocontrollo, responsabilità e motivazione al successo sono tra i fattori maggiormente associati a buoni risultati scolastici, minori assenze e maggiori probabilità di completare gli studi universitari. L'eccellenza richiede competenze.

La motivazione al successo, in particolare, è uno dei predittori più forti del rendimento scolastico.
Eppure emerge una contraddizione fondamentale. La stessa motivazione che favorisce il successo è associata anche a livelli più elevati di ansia da test, verifiche ed esami. L'eccellenza produce risultati, ma non è gratuita.

Secondo l'OCSE, circa due adolescenti su tre temono di ottenere brutti voti o di fallire a scuola. Inoltre, Torino e l'Emilia-Romagna registrano tra i più elevati divari di ansia scolastica tra ragazze e ragazzi osservati nei territori analizzati.

Le abilità mentali che contano davvero

Relazione tra competenze socio-emotive e ansia da verifiche e rendimento scolastico.
Il grafico mostra come alcune competenze socio-emotive siano associate a livelli più bassi di ansia legata a test ed esami. In particolare, la resistenza allo stress risulta il fattore più importante, seguita da ottimismo, controllo emotivo ed energia. Gli studenti che possiedono maggiormente queste caratteristiche tendono a vivere le situazioni valutative con minore tensione e preoccupazione. Al contrario, la motivazione al successo presenta una lieve correlazione positiva con l'ansia.

La parte più sorprendente dei dati OCSE riguarda però il benessere. Quando si osservano i fattori maggiormente associati alla soddisfazione di vita degli adolescenti, i risultati cambiano completamente prospettiva. Le competenze più importanti non sono quelle che spingono alla competizione: sono quelle che permettono di affrontarla.

La competenza maggiormente associata alla soddisfazione di vita è l'ottimismo. Seguono la resistenza allo stress, il controllo emotivo, l'energia e la fiducia negli altri.

Allo stesso modo, le competenze che riducono maggiormente l'ansia scolastica non sono l'ambizione o la ricerca del risultato, ma la capacità di regolare le emozioni e affrontare la pressione.

In altre parole, ciò che protegge davvero i giovani non è la perfezione. Sono le loro abilità mentali.

Questa conclusione è particolarmente significativa se confrontata con un altro dato: a Torino soltanto circa il 15% degli studenti si dichiara molto soddisfatto della propria vita, una delle percentuali più basse tra le realtà analizzate dall'OCSE.

Sono numeri che invitano a una riflessione. Forse stiamo insegnando ai giovani come avere successo. Ma non abbastanza come stare bene.

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