
Educare rima con demandare. Educare rima anche con amare e stare, verbi però sempre più prigionieri di emoji, vocali e rassicuranti posizioni condivise dai genitori della generazione Alpha.
La cronaca racconta ogni giorno episodi preoccupanti che coinvolgono i figli di un mondo senza filtri, bulimico di connessioni apparenti.
Se si guardano le ultime vicende che coinvolgono ragazzi sempre più giovani, il quadro che ne emerge è caotico, contraddittorio e spaventoso, tanto da dover restare al centro dell’interesse collettivo.
La genitorialità è un fatto politico da quando gli uomini hanno deciso di vivere fuori dalle grotte. Mettere al mondo un essere umano è insufficiente a preservare la sopravvivenza della specie. I cuccioli vanno nutriti, protetti, educati. E se sul nutrimento e la protezione ci si è sempre fatti carico, anche all’interno del dibattito collettivo l’educazione è via via diventata appannaggio delle scelte intime di ogni famiglia.
I genitori oggi sono sempre più soli, oberati e privi di una rete in carne e ossa di supporto. La tecnologia aiuta madri e padri a monitorare e gestire i figli quando sono a lavoro, sia esso a distanza oppure nella stessa abitazione.
Eppure le misure a sostegno della genitorialità dalla costituzione della Repubblica fino ai nuovi governi, dalla family act fino ai fondi PNNR, ci raccontano che tirar su pargoli è un fatto di interesse pubblico.

Dall’avvento di internet e dei social, le case sono diventate stanze senza pareti. Le criticità nell'essere genitori consapevoli di vivere immersi nel reale e nel digitale sono visibili, ma non completamente gestite nella nostra società, nel nostro Paese.
Il PNSD - Piano Nazionale Scolastico Digitale - è il documento strategico del ministero dell'Istruzione (introdotto dalla Legge 107/2015 "La Buona Scuola") che guida l'innovazione digitale nelle scuole italiane. Ad oggi si tratta dell’unico documento bussola in grado di regolamentare il rapporto tra scuola e digitale. Un rapporto che è rivisto spesso da circolari e note, oltre a provvedimenti quotidiani e autonomi all’interno delle istituzioni scolastiche.
Ma la direzione data all’educazione, a scuola e fuori, è chiara: l’aula come microcosmo nel quale il digitale ha fatto irruzione superando le prime resistenze fino a divenire l’ancora di salvezza durante la pandemia.
La scuola fornisce ormai a genitori e studenti un’identità digitale che rende il mondo online parte integrante dell’istruzione e dell’educazione. L’istruzione è il primo aspetto nella vita dei cittadini a suggerire l’urgenza di esistere anche nel World Wide Web.
Tuttavia lo Stato e il Ministero non hanno curato gli effetti collaterali della digitalizzazione dell’istruzione. Le aule sono il primo luogo istituzionale in cui adulti, giovani e bambini assistono alla legittimazione del digitale senza regole complete per due categorie specifiche: genitori e insegnanti.
Si prova a proteggere la privacy dei minori, ma il messaggio che spesso passa ai ragazzi è un altro: l’urgenza di esistere anche attraverso il digitale. Dal registro elettronico, alle comunicazioni veloci sui social, fino alle piattaforme online protette attraverso cui condividere materiali.

Da una parte ci sono delle regole e una struttura salda all’interno del piano per la scuola digitale, connettività, ambienti e strumenti, competenze e contenuti, formazione e accompagnamento; dall’altra non si tiene conto dell’esempio che tutto ciò ha significato nell’ultimo decennio.
Che la strada sia lunga attraverso i precetti, breve ed efficace attraverso gli esempi, lo si sa da tempo immemore, Seneca insegna.
Quale esempio eticamente corretto fornisce lo Stato, la scuola e il mondo adulto dunque al primo banco di prova di come ci si rapporta al digitale, su questo dobbiamo interrogarci. Perché il modo in cui i giovani ci percepiscono si riflette anche nei disagi che vivono. Disagi legati all’iperconnessione senza relazione reale.
A mancare, all’interno del microcosmo scolastico in cui sta crescendo il nostro futuro, è una quinta voce per il PNSD, ovvero una guida alle giuste pratiche d’uso per gli adulti di riferimento, veri mentori per i bambini, allargando la platea all’altra grande componente scolastica: i genitori.
La Società Italiana Pediatria lo ha ribadito fino a pochi mesi fa: l’esposizione al digitale in età evolutiva è dannosa. Tra le voci a impensierire gli esperti sulla salute dei più giovani non solo cyberbullismo e dipendenza, due realtà su cui la scuola tenta già di sensibilizzare da anni, ma molto altro.

Salute fisica, obesità, vista e sanità oculare, salute mentale, sonno, sessualità online, e per ultima, centrale negli ambienti dediti all’educazione, le difficoltà cognitive.
La realtà, gli studi, la cronaca vanno nella direzione comune di una preoccupante deriva. I genitori non sono gli unici attori nell’educazione dei bambini e anche loro vanno accompagnati e guidati attraverso istituzioni con le quali si trovano a dialogare durante la crescita dei propri figli, dei figli del futuro di noi tutti.
L’Italia potrebbe migliorare il proprio piano digitale nelle scuole per dare un primo segnale e rendere le aule un assaggio di vita civile, in cui i bambini siano tutelati dalla marea del progresso senza rischiare di annegare nel digitale, ma imparando a incontrarlo nei tempi e nei modi corretti.