Gig economy, il prezzo della flessibilità: dentro il mondo dei riders

Consegne a domicilio, algoritmi e nuove forme di occupazione nell’economia delle piattaforme. Tra inchieste sul caporalato digitale e lavoro precario, il sistema del delivery continua a crescere anche nel Sud Italia.
di Silvia Catassi
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Sono il simbolo della gig economy. Sono ovunque. Attraversano le città a tutte le ore, pedalano sotto la pioggia, li vediamo, impazienti, fermi ai semafori, consegnano cibo, pacchi, fiori, medicine, ci sfrecciano accanto, ma li notiamo davvero?

Li chiamiamo riders: sono il volto più riconoscibile della gig economy, l’economia digitale dei “lavoretti a chiamata” che promette libertà e flessibilità ma spesso nasconde precarietà e isolamento.

Nelle pubblicità compaiono come eroi moderni: sorridenti, con zaini colorati e slogan sulla libertà di scegliere quando lavorare. Nella vita reale aspettano, con lo smartphone in mano, il suono di una notifica che assegna la corsa, consapevoli che ogni consegna vale pochi euro.

La promessa di autonomia si scontra con la realtà dei margini: tempi incerti, paghe a cottimo, nessuna tutela piena. Eppure, questo modello si espande a ritmi vertiginosi e coinvolge oltre 40mila lavoratori in Italia, dai minorenni agli adulti espulsi da altri settori.

La difesa delle piattaforme: flessibilità e reddito integrativo

Le grandi piattaforme – Glovo, Deliveroo, Uber Eats – difendono il loro modello spiegando che la gig economy offre flessibilità, reddito integrativo e indipendenza. Secondo dati interni, il 90% dei riders sarebbe “soddisfatto” della libertà di scegliere orari e zone, e i più attivi possono arrivare a guadagni di 1.000-1.200 euro al mese.

Nel modello Assodelivery-UGL, oggi adottato da circa 27mila lavoratori, il rapporto è formalmente autonomo: strumenti propri, connessione tramite app, assicurazione minima contro gli infortuni.

Le imprese sostengono che molti riders sono studenti o lavoratori che cercano una forma temporanea di guadagno e che l’assunzione diretta rigida “soffocherebbe” la flessibilità e la sostenibilità economica del servizio.

A febbraio 2026, tuttavia, la Procura di Milano ha imposto un controllo giudiziario per caporalato digitale a Glovo-Foodinho e Deliveroo dopo aver rilevato paghe sotto i 2,50 euro a consegna, retribuzioni fino all’80% inferiori ai contratti collettivi e un sistema algoritmico di monitoraggio continuo.

Le aziende affermano di voler collaborare, considerate le verifiche una “occasione per migliorare” e per garantire standard comuni a livello europeo, in linea con la nuova direttiva UE sul lavoro tramite piattaforme digitali, in via di recepimento in Italia.

Tra autonomia e sfruttamento: i nodi del sistema

Dietro la retorica della libertà individuale si nasconde spesso un’antica forma di subordinazione senza protezioni. Molti riders lavorano come “finti autonomi”, privi di ferie o malattia retribuite, pagati a consegna e penalizzati dagli algoritmi se rifiutano una corsa o se impiegano qualche minuto in più.

Il modello Assodelivery-UGL, che doveva uniformare il settore, è definito da giuslavoristi e sindacati un “contratto pirata” perché firmato da rappresentanze non realmente rappresentative e con compensi lontani dai minimi costituzionali. Il giurista Maurizio Del Conte della Bocconi è netto: «Se un business si regge solo in violazione delle leggi, allora è un business fuori legge».

Solo Just Eat ha scelto la strada alternativa: l’assunzione diretta dei suoi 2.500 rider con il contratto nazionale di logistica, salario orario minimo di 9 euro e ferie pagate. Ma copre appena un terzo delle consegne rispetto ai concorrenti.

Intanto, le piattaforme più grandi generano fatturati oltre i 240 milioni di euro l’anno, un mercato che cresce ma scarica i suoi rischi su chi pedala.

Quando la gig economy arriva al Sud

La gig economy non è più solo un fenomeno metropolitano. In Sicilia – da Palermo a Catania, da Messina a Siracusa – i riders sono ormai parte del paesaggio urbano, ragazzi e uomini di mezza età che passano tra le piazze storiche con lo zaino isotermico sulle spalle. Molti sono studenti o disoccupati che integrano redditi fragili; altri, ex lavoratori licenziati o migranti senza alternative.

L’aumento delle consegne notturne, il traffico e la mancanza di piste ciclabili trasformano queste città in un labirinto di rischi costanti: incidenti, furti, corse non pagate. Spesso si guadagnano 30 euro netti per sette ore di lavoro, come emerge dalle testimonianze raccolte da Famiglia Cristiana.

Eppure, perfino qui, il fenomeno appare come un miraggio di libertà: “nessun capo, solo il tempo del prossimo ordine”. La precarietà digitale in Sicilia ha un volto giovane ma stanco: quello di chi accetta di essere “autonomo” solo per necessità.

Dietro le consegne, ci sono esistenze sospese, un pendolare sulla rotta tra sogni provincia e app del Nord.

Libertà o nuova forma di sfruttamento?

L’economia dei lavoretti promette autonomia, ma rischia di diventare la nuova frontiera della disuguaglianza. La flessibilità utile alle imprese non può sostituire tutele che garantiscano una vita dignitosa.

Le inchieste di Milano parlano di “caporalato digitale”; le piattaforme rispondono con progetti di revisione; l’Europa prepara nuove regole sul “falso autonomo”.

Resta la domanda che riguarda tutti noi, cittadini e consumatori: possiamo ancora chiamare “libertà” un lavoro in cui la dignità è un optional?

Forse, sì, siamo nell’economia del futuro.

Ma se la corsa dei riders è costretta a diventare l’unico modo per restare in piedi, allora qualcosa, nella nostra idea di diritti, sta pedalando nella direzione sbagliata.

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