Verità o opinione? Quando i fatti di cronaca diventano posizioni politiche

Il dibattito pubblico sempre più appiattito su convinzioni antitetiche. Da Bibbiano alla "famiglia nel bosco": le vicende giuridiche terreno di scontro tra ideologie differenti
di Rosario Gullotto
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L’uomo è un πολιτικὸν ζῷον (politikòn zôon), ovvero un animale politico e, come tale, non può prescindere dalle dinamiche della vita collettiva, realizzando la propria natura solo all’interno della comunità in cui vive. Chiunque non condivide tale impostazione è da considerarsi o una bestia o una divinità.

Se questa è l’idea sostenuta da Aristotele nel trattato Politica del IV secolo a.C., è inevitabile che anche i fatti di cronaca diventino oggetto di dispute politiche e che l’opinione pubblica si alleni quotidianamente nel dibattito tra poli opposti e spesso inconciliabili. Ma cosa accade invece quando le diverse correnti diventano esse stesse le promotrici di letture artificiose della realtà, non limitandosi (si fa per dire) alla semplice diatriba, ma operando un sistematico uso dei mezzi di comunicazione di massa per veicolare le scelte ideologiche della gente?

È qui che avviene un ribaltamento della prospettiva iniziale: non si parte più dal fatto per giungere alla sua interpretazione; bensì è l’interpretazione preventiva del fatto che diventa notizia data in pasto alla collettività. Un’operazione che negli ultimi anni ha assunto colorazioni specifiche, neanche tanto subdole.

Il caso Bibbiano e la costruzione dello scontro politico

Bibbiano è un piccolo comune in Val d’Enza, nel reggiano. Il 27 giugno del 2019 la Procura di Reggio Emilia esegue una serie di misure cautelari nell’ambito di un’inchiesta denominata “Angeli e Demoni”, nella quale si ipotizza un sistema di affidi illeciti di minori. L’accusa è gravissima: secondo la Procura, infatti, i servizi sociali dell’Unione Val d’Enza avrebbero costruito artificialmente delle situazioni di abuso e maltrattamento a danno di bambini, con l’intento di sottrarli alle famiglie per affidarli altrove, tramite l’intermediazione di una onlus privata, Hansel e Gretel, cui facevano capo gli psicoterapeuti Claudio Foti e Nadia Bolognini.

Oltre loro, altre figure emergono dall’inchiesta: Federica Anghinolfi, responsabile dei servizi sociali della Val d’Enza, considerata la registra del sistema, e Andrea Carletti, sindaco della città, arrestato ai domiciliari per presunto coinvolgimento nell’assegnazione di spazi pubblici alla suddetta onlus. I capi d’imputazione sono frode processuale, maltrattamento sui minori, falso in atto pubblico, depistaggio, lesioni gravissime, peculato d'uso, tentata estorsione.

La peculiarità della vicenda riguarda la sua eco politica, che diventa subito mediatica, quando nel gennaio del 2020 entra nel pieno della campagna elettorale per le elezioni regionali in Emilia-Romagna, dove Stefano Bonaccini del Partito Democratico tenta la riconferma contro la candidata della Lega Lucia Borgonzoni. Carletti (il sindaco coinvolto nello scandalo) è proprio del PD e la stessa regione è storicamente a tendenza di centro-sinistra, condizioni entrambe che portano il caso a diventare un oggetto politico ideale.

Quando i media trasformano la cronaca in consenso

Nasce lo slogan “Parlateci di Bibbiano”, formula usata per appiattire il dibattito pubblico intorno alle elezioni, polarizzando l’attenzione solo sullo scandalo dei presunti affidi pilotati e delle manipolazioni psicologiche sui minori. Situazione che raggiunge l’apice quando la senatrice della Lega Lucia Borgonzoni indossa in Senato una maglietta con su la scritta, provocando bagarre nell’aula.

Il 9 luglio 2025 dal Tribunale collegiale di Reggio Emilia arriva la sentenza nelle cui motivazioni di 1.650 pagine depositate il 6 febbraio 2026 si legge chiaramente che «Dal 27 giugno 2019, giorno delle misure cautelari, si è registrato un clamore mediatico della vicenda tale da avere travolto non solo le sorti dei bambini e dei loro familiari ma, con conseguenze non calcolabili, le vite degli imputati, e per quanto qui rileva, degli stessi testimoni».

Vengono emesse tre condanne con pena sospesa: due anni a Federica Anghinolfi (per cui erano stati chiesti fino a quindici anni di reclusione); un anno e otto mesi all’assistente sociale Francesco Monopoli; cinque mesi alla neuropsichiatra Flaviana Murro. Tutte quante per episodi specifici di falso in atto pubblico o rivelazione di segreto. Per gli altri undici imputati invece sono arrivate assoluzioni o proscioglimenti per prescrizione.

La questione del “business degli affidi” e la “macchina dei falsi ricordi”, ovvero l’intera narrazione che aveva alimentato ben sei anni di dibattito pubblico, dal punto di vista giudiziario non esiste. Ma si crea una precedente struttura interpretativa attraverso cui l’opinione pubblica italiana legge un altro fatto di cronaca, più recente, il caso della famiglia Trevallion-Birmingham, la cosiddetta “famiglia del bosco”.

La “famiglia del bosco” e il ruolo delle istituzioni

A settembre del 2024 due adulti (Nathan Trevallion di 51 anni e Catherine Birmingham di 45 anni) e i loro tre figli (la primogenita di otto anni e due gemellini di sei) finiscono al pronto soccorso con sintomi gastrointestinali riconducibili ad un’intossicazione da funghi. I genitori rifiutano l’uso del sondino nasogastrico e l’ospedale decide di contattare i carabinieri che, a loro volta, allertano i servizi sociali.

Le prime relazioni, del 23 settembre e del 4 ottobre 2024, parlano di negligenza genitoriale preoccupante e fanno emergere una situazione abitativa al limite: assenza di servizi igienici, acqua corrente ed elettricità, mancanza di socialità per i bambini e homeschooling non regolarizzata. Inoltre, i figli erano privi di un pediatra di riferimento. Condizioni che portano il 20 novembre 2025 all’allontanamento dei minori dalla famiglia di origine.

regia televisiva

Inoltre, dopo un parziale ricongiungimento con la madre, il 7 marzo 2026 la donna viene allontanata dalla casa-famiglia in cui era stata trasferita insieme ai figli a causa del suo atteggiamento ritenuto ostile e squalificante nei confronti degli operatori. In conseguenza di ciò, il presidente del consiglio Giorgia Meloni interviene in diretta durante la trasmissione televisiva Fuori dal Coro su Rete 4 definendo ideologica la decisione e annunciando l’invio degli ispettori del ministero della Giustizia al Tribunale dell’Aquila. Da quel momento la vicenda supera il perimetro della cronaca giudiziaria ed entra nel dibattito pubblico.

I politici, soprattutto quelli con ruoli istituzionali di un certo livello, fanno a gara per esporsi mediaticamente sulla questione: il vicepremier Matteo Salvini annuncia che si recherà in visita alla famiglia, considerandosi “disgustato” da quella che considera una «forma di violenza istituzionalizzata» e condivide sui suoi canali social un video in cui si mostrano i pianti dei bambini mentre salutano la madre; il Presidente del Senato Ignazio La Russa, dal canto suo, invita i coniugi a Palazzo Madama per esprimere vicinanza e solidarietà alla famiglia.

L’opinione intesa come verità indiscutibile: un pericolo per la democrazia

Il fil rouge che lega le due vicende è il nucleo ideologico di base con cui si interpretano i casi, pur nelle loro differenze: il familismo sovrano, cioè l’idea che la famiglia costituisca una sfera d’autorità originaria, anteriore e superiore allo Stato, entro cui i genitori esercitano una potestà che le istituzioni possono solo riconoscere, mai contestare nel merito delle scelte. Questo porta ad una narrazione dei fatti che spesso esula delle situazioni in sé, certamente problematiche e stratificate, appiattendo il discorso solo sulla diatriba amici/nemici, famiglia/istituzioni. Così non esiste una verità fattuale da cui è necessario partire per analizzare le conseguenze, ma vengono a crearsi delle eco mediatiche su pochi eventi, distaccati tra loro, che ostacolano una visione olistica della realtà.

La fragilità della verità pubblica

Spiega bene tale meccanismo la filosofa tedesca Hannah Arendt che nel saggio Verità e politica del 1967 distingue proprio tra verità di ragione (matematica, filosofica, scientifica) e verità di fatto. Mentre la prima ha una sua resistenza intrinseca (se cancello tutte le copie del teorema di Pitagora prima o poi qualcun altro lo “scoprirà” di nuovo poiché è dimostrabile a partire da premesse precise); la seconda è particolarmente fragile (gli eventi storici sono contingenti per natura, se vengono cancellati o manipolati difficilmente possono essere ripristinati). Inoltre, secondo questa visione, il vero opposto della verità di fatto non è l’errore, ma la menzogna deliberata, strumento utilizzato dall’arte oratoria della politica per legittimare il potere di cui esso stesso si nutre.

Sempre per la filosofa, il dibattito politico ruota attorno la sfera dell’opinione (doxa), ovvero del confronto plurale di prospettive sulla comune realtà di base. Ma le opinioni non sono verità ineluttabili e il rischio è quello di confonderli proprio con i fatti stessi che dovrebbero essere invece il terreno comune di partenza.

Da qui nasce un problema che rischia di erodere il principio democratico su cui reggono le società contemporanee: se non esistono più verità di fatto condivise e tutto può diventare opinione (e quindi opinabile) tirata da una parte o dall’altra dalle diverse fazioni politiche, non avremo più un retroterra comune da cui partire, da cui iniziare a costruire un dialogo onesto intellettualmente. E non vincerà più la logica deduttiva dei fatti, la catena di conseguenze inevitabili a partire da una causa, bensì regnerà il caos delle voci sovrapposte, ognuna di queste urlando alla verità insindacabile della propria posizione.


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